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martedì 26 gennaio 2010

Chiude l'Accademia del Cinema di Enziteto: svanisce il sogno della periferia protagonista


Enziteto, Scuola Elementare "Iqbal Masih"

Sta per calare la parola fine sulla grande avventura dell'Accademia del Cinema di Enziteto: dal 2005 ad oggi nella scuola Iqbal al quartiere san Pio si è cercato, ogni giorno, di scuotere dal torpore dello spaccio e dell'abbandono i ragazzi del quartiere e con loro le donne, le mamme, le giovani nonne di 40 anni. Un modo nuovo, semplice per portare nel degrado la vita, per far sì che "da Bari" arrivasse qualcuno, magari piccolo e ingenuo, con la voglia di fare cinema. Un modo estremamente difficile certo, ma tanto importante, per aggregare attorno a qualcosa di magico come il cinema chi mai in vita sua aveva visto gli altri, la Città, interessarsi ad Enziteto.
Dopo i primi anni di sostegno da parte del Comune di Bari alle attività della cooperativa Get che ha promosso l'iniziativa i fondi sono diminuiti sempre di più. L'aiuto delle istituzioni c'è ma non copre i costi per pagare gli stipendi degli educatori e degli operatori (una decina in tutto) e il finanziamento rilevante della Fondazione per il Sud coprirà le spese solo fino al 28 febbraio. In questi anni in Accademia si sono formati decine di ragazzi: hanno fatto lezioni di storia del Cinema, appreso i primi rudimenti dell'essere attore,incontrato coloro che come Sergio Rubini o Domenico Procacci con i mestieri del cinema oggi riescono a vivere, collaborato all'organizzazione di festival e soprattutto prodotto film. Corti e documentari che hanno girato l'Italia facendo incetta di premi o anche giovani attori come Andrea Ferrante che in questi giorni è possibile vedere sugli schermi baresi del Bifest ne Il Grande Sogno con Riccardo Scamarcio e Luca Argentero. Andrea dall'Accademia di Enziteto e non dall'Accademia di Arte Drammatica è partito per diventare attore. Servono 100 mila euro per consentire all'Accademia di tornare a vivere: altrimenti cinque anni di lavoro scivoleranno presto nel dimenticatoio.

venerdì 20 novembre 2009

Da Enziteto allo Zen, tutto il brutto delle periferie

quartiere Enziteto, oggi San Pio, di Bari
foto Nunzio Loporcaro ©

Nel 1949, quando lo Stato lanciò il piano Ina-casa, l’obiettivo era nobile: Secondi­gliano, quartiere della perife­ria nord di Napoli, doveva es­sere la prima area di una gran­de città ad ospitare la costru­zione di alloggi a carattere eco­nomico e popolare. Il progetto fu legittimato con la legge 167 del 1962 ed a Secondigliano (ma anche a Ponticelli, quar­tiere della periferia est della città) partì il piano di svilup­po urbano che avrebbe dovuto valorizzare le periferie degra­date della città. Furono realiz­zate le sette Vele di Scampia, pensate dall’architetto Di Sal­vio e ultimate nel 1982. Nel 1987 sorse la Circoscrizione Scampia, con altre decine e de­cine di palazzi.
Oggi a Scam­pia vivono circa 50mila perso­ne. Le Vele, urbanisticamente bocciate dai migliori esperti del settore, sono diventate dei ghetti, «feudo» di famiglie ca­morristiche che gestiscono il business delle sostanze stupe­facenti. Oggi Scampia è Scam­pia anche a causa del degrado urbanistico in cui versa. Stes­so discorso per altre zone po­polari di Napoli, come Pazzi­gno e via Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio, il rione De Gasperi a Ponticelli ed il Parco Verde a Caivano. Scampia e gli altri rioni degra­dati di Napoli sono, mediatica­mente, il simbolo del degrado urbanistico e sociale di un’Ita­lia che si è fermata. Ma la leg­ge 167 del 1962 ha concesso fi­nanziamenti a tante città ita­liane. E numerosi sono stati i «mostri», tipo Scampia, spun­tati come funghi.
Restando in Puglia, a Lecce - nei pressi di viale dello Stadio - sono state realizzate due Vele tipo Scam­pia anche se un po’ più picco­le. Sono abitazioni all’estrema periferia della città, fuori dal contesto urbano cittadino. Ca­se abitate soprattutto da gen­te onesta ma alle prese con di­sagi di carattere economico e sociale. E nelle due 167 che spesso polizia e carabinieri ar­restano spacciatori e tossicodi­pendenti. Palazzi spesso nel degrado ed alle prese con evi­denti carenze strutturali. Il Co­mune di Lecce, però, ha già an­nunciato un progetto che pre­vede la riqualificazione del­l’area. Anche in altre città ita­liane palazzi esteticamente «brutti» sono diventati dal punto di vista sociale dei veri e propri «ghetti». Esempi? Il quartiere Zen di Palermo, En­ziteto a Bari, tutti i quartieri che costeggiano la Tuscolana a Roma, come per esempio il Quadraro, Tor Pignattara e Tor Bella Monaca. Ma le città del nord non sono immuni dal binomio «brutto-degrado». Ba­sta andare nelle periferie di Milano e Torino per rendersi conto che il fenomeno non è so­lo meridionale.


Salvatore Avitabile

Corriere del Mezzogiorno, 20 novembre 2009

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