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mercoledì 16 novembre 2011

Taranto: San Raffaele del Mediterraneo, "prima pietra" nel 2013


Pubblicato il bando per la progettazione del San Raffaele del Mediterraneo.
La notizia è stata data questa mattina in conferenza stampa dal presidente della Fondazione San Raffaele del Mediterraneo, il professor Vittorio dell’Atti, insieme al direttore generale, il dottor Vito Santoro.

mercoledì 7 settembre 2011

Taranto: affari immobiliari intorno all'ospedale San Raffaele del Mediterraneo


Aspettando che la tavola venga apparecchiata, i commensali hanno già preso posto. E, per ora, pregustano: con l’operazione San Raffaele del Mediterraneo, infatti, a Taranto potrebbe partire la più grande operazione immobiliare del dopoguerra. Intorno all’area su cui dovrebbe sorgere l’ospedale negli ultimi 12 mesi sono già passati di mano, con modalità che la «Gazzetta» è in grado di documentare, oltre 6 ettari di suoli edificabili. Che sommati ai 15 ettari interessati dalla variante urbanistica e ad almeno altri 60 di proprietà dell’Ilva, quasi tutti destinati a case, conducono a un business da qualche centinaio di milioni di euro.

martedì 26 luglio 2011

Il San Raffaele del Mediterraneo di Taranto resterà solo un plastico?


Il problema non è la disperata situazione finanziaria della creatura di Don Verzè, né tantomeno hanno un ruolo le perplessità sollevate in questi mesi da pezzi sempre più ampi della politica pugliese. A frenare il progetto del San Raffaele del Mediterraneo è infatti una difficoltà di carattere urbanistico: il «no» della Regione a una speculazione edilizia che nel giro di pochi anni potrebbe dare avvio in riva allo Ionio a un affare immobiliare da centinaia di milioni di euro. Una storia che val la pena di essere raccontata.

venerdì 20 maggio 2011

Taranto: il mercato immobiliare

Taranto, città vecchia - corso Vittorio Emanuele II


A Taranto le case costano in media 1.440 euro al metro quadro. Si spendono oltre 500 euro per affittare un trilocale.

lunedì 12 luglio 2010

Stabilimento Ilva di Taranto: 50 anni dalla posa della prima pietra


50 anni di Ilva a Taranto. Ognuno di noi sa un pezzo di quel rotolo di storia lungo 50 anni.
E se proprio non ne dovessimo sapere nulla, basta leggere il giornale o seguire un telegiornale locale per ritrovarcela lì quasi tutti i giorni, a raccontarci di inquinamento, malattie, incidenti sul lavoro, alimenti alla diossina, cassa integrazione. Le immagini he accompagnano queste notizie sono sempre le stesse: ciminiere che buttano fumi di tutti i colori; parchi minerali, è il caso di dire: neri come il carbone; terreni rossastri tutto attorno. Questa è l'immagine di oggi. Nessuno avrebbe immaginato che questa storia, iniziata il 9 luglio 1960 con la fastosa cerimonia della posa della prima pietra dello "Stabilimento di tubi saldati", il primo nucleo del IV centro siderurgico dell'Iri, sarebbe andata così. Quel giorno c'erano tutti a Taranto: ministri, autorità civili, ecclesiastiche, militari. Mancava solo il Presidente della Repubblica, che avrebbe dovuto esserci ma i fatti di Reggio Emilia di due giorni prima e la rivolta scoppiata da nord a sud contro il governo Tambroni, che aveva
portato all'uccisione di 11 persone da parte della polizia, avevano fatto restare a Roma per timore di contestazioni.
Attorno all'arrivo dell'Ilva a Taranto si era creata una attesa messianica. Doveva essere la risposta a tutti problemi occupazionali della città, schiacciata dai licenziamenti che da oltre un decennio si susseguivano in tutte le realtà lavorative e in particolare nei Cantieri navali e nell'Arsenale, che avevano dimezzato la loro forza lavoro.
La disoccupazione era salita alle stelle, l'emigrazione anche, verso l'Italia del nord ma anche verso la Francia, l'Olanda, il Belgio dove le maestranze specializzate dei cantieri riuscivano a sistemarsi.
Quando si cominciò a parlare dell'eventualità di un nuovo centro a ciclo integrale della siderurgia pubblica, che avrebbe dovuto far fronte all'aumento vertiginoso della domanda di acciaio nell'Italia dei consumi di massa - quella del nord perché al sud di massa era la disoccupazione - e della possibilità di impiantarlo al sud perché la politica di sviluppo industriale così voleva, si cominciò a sperare.
Tutte le forze politiche locali, da sinistra a destra, e anche la Chiesa guidata da monsignor Motolese, si batterono perché venisse scelta Taranto, mentre tutti si batterono perché venisse fatto da un'altra parte com'era stato promesso, perché era stato promesso dappertutto. Quando alla fine fu scelta Taranto, ognuno se ne attribuì il merito. In realtà la scelta fu dettata non tanto dalla volontà di risollevare le sorti della
città quanto da mero calcolo tecnico.
Lo stabilimento che si andava a costruire doveva essere il più grande di tutti, seicento ettari di estensione che poi diventano mille e cinquecento, più del doppio della città.
Il progetto iniziale prevedeva già tre altiforni. Piombino, Cornigliano e Bagnoli, i centri siderurgici già esistenti, ne avevano due. Uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale, che dalle materie prime arriva al prodotto finito, all'acciaio, può nascere solo a bocca di miniera o sul mare, perché ha bisogno di approvvigionarsi di materie prime, quando non se ne hanno a disposizione in prossimità, e in Italia, dove non ci sono miniere, sono tutti sul mare. Bisognava poter sfruttare le infrastrutture già esistenti di una città abbastanza vicina: porto, strade e ferrovie. Taranto aveva tutto. Aveva anche la cava di calcare necessario per la fusione del minerale e tanta acqua da usare per il raffreddamento degli impianti.
Cominciarono gli espropri dei terreni necessari nella zona prescelta, quella a nord di Taranto. C'erano ottantadue aziende agricole in quell'area, grandi e piccole masserie come La Vaccarelluzza, La Cerasa, La Cerasella, Vigilante, Giangrande, Arco di Belmonte, Capasino e tante altre ancora. I proprietari ricevettero un indennizzo e i fittavoli una promessa di assunzione nel costruendo siderurgico per i maschi della famiglia.
Chi abitava ai Tamburi assiteva alla nascita dello stabilimento. Racconta una signora: «Da casa della mamma si andava sul terrazzo e giorno per giorno si vedeva che buttavano giù queste masserie, radevano al suolo tutti questi alberi di ulivo, vigne… Tanto, dicevamo, è lontano. Chi pensava che ce lo portavano proprio sotto le finestre di casa nostra? Queste macchine così grandi, noi era la prima volta che vedevamo questi camion così enormi, che passavano il primo piano. Quando passavano per la strada, passavano da sotto casa nostra, tremavano le palazzine. Le ruote erano una cosa spaventosa tanto che erano grandi. E facevano va' e vieni, va' e vieni fino a quando hanno distrutto tutta la campagna».
Questa storia è cominciata così.

Antonella De Palma
dal Corriere del Giorno del 10/07/2010

giovedì 22 ottobre 2009

Festival del Cinema di Roma: la grande onda del "Marpiccolo"



In una casa di 'cartone', nel quartiere Paolo VI di una Taranto violentata dall'inquinamento, dalla povertà, dalla criminalità, vive Tiziano, un ragazzo brillante che cerca di sopperire, con qualche furto e altri espedienti, alla debolezza del padre, assuefatto dal videopoker, nel prendersi cura della sua famiglia. Il sedicenne, dopo una bravata di troppo contro il boss locale, finisce in rimorfatorio per uscirne poi, sei mesi dopo, con una prospettiva di vita diversa.
Una storia semplice, piccola, come il titolo del film di Alessandro di Robilant presentato nella sezione 'Alice' del Festival del Film di Roma: "Marpiccolo". Manca l'aria, nella Taranto serva dell'Ilva, 'l'industria dei tumori', e anche il mare è una piccola vittima del veleno che viene somministrato lentamente ad una città che sembra accettare tutto, rassegnata al suo destino.
E' con questo inizio e su questo sfondo che di Robilant presenta allo spettatore Tiziano, un ragazzo forte, deluso da una realtà opprimente, che cerca nelle pagine di 'Cuore di tenebra' la luce, la via di fuga. Tiziano paga il suo debito con la città che ama e odia e riscatta il suo desiderio di libertà da una grigia oppressione.
Interpretato da un emergente e bravissimo Giulio Beranek, Tiziano rappresenta la speranza per un Sud ancora una volta protagonista di una pellicola che ha ricevuto il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali come Film di Interesse Culturale Nazionale. La fotografia è asciutta, essenziale, l'obiettivo penetra nella realtà senza enfatizzare, senza dare giudizi, solo osservando, rapido e forte, proprio come il protagonista.

MARPICCOLO, al cinema dal 13 novembre

mercoledì 7 ottobre 2009

Taranto avrà una metropolitana leggera a sette fermate da diciannove chilometri

il progetto della metropolitana

La città di Taranto sarà sotto­posta entro qualche anno a una ro­busta «cura del ferro». L’assessore regionale ai Trasporti, Mario Loizzo, definisce così la scelta strategica in­dividuata dalla Regione Puglia per capovolgere la logica dei collega­menti su gomma.
Il primo riferi­mento è la metropolitana leggera che sarà realizzata a Taranto per col­legare il quartiere Paolo VI, eccentri­co rispetto all’ombelico urbano, a Taranto. Lunga quasi diciannove chilometri, costerà 98 milioni e si svilupperà lungo i binari militari in disuso attorno al secondo seno del mar Piccolo . Quaranta milioni arri­veranno dalla Regione attraverso i fondi Fas, che ha fatto suo il cofinan­ziamento in carico al Comune, ses­santa dallo Stato. E’ un esempio con­creto di come marcino spediti i pro­getti quando c’è collaborazione tra periferia e centro. In questo caso l’Amat di Taranto, guidata dal presidente Giuseppe Ca­satello, a tempo di record ha rispol­verato e riadattato il progetto pre­sentato nel 2004 dall’ingegner Gian­franco Tonti dello studio Start su in­tuizione dell’ex presidente Manco, e l’ha presentato alla Regione. L’asses­sore Loizzo, in un mazzo di tre (Fer­rovie del Gargano, prolungamento della metropolitana di Bari, Taran­to), l’ha prescelto indicandolo al mi­nistero delle Infrastrutture come prioritario; l’assessore Michele Pelil­lo, infine, ha subito individuato la fonte dei finanziamenti.
Questa si­nergia è stata sottolineata più volte, ieri mattina, durante l’incontro con la stampa al quale hanno partecipa­to, oltre ai due assessori regionali, il sindaco Ezio Stefàno, il vice Alfredo Cervellera, l’assessore comunale al­le Partecipate, Davide Nistri, più i vertici di Amat e Ctp e l’ingegnere progettista. Il progetto completo è fatto di due infrastrutture. Una, lun­ga 13.696 metri, è la linea metropoli­tana attorno al Mar Piccolo, con par­tenza dalla pineta Cimino, passag­gio intermedio a Nasisi e arrivo al Paolo VI. Qui sarà costruito ex novo un anello tranviario intorno al quar­tiere, di 5.080 metri. Il collegamento sarà garantito da cinque «vagoni a cassa doppia», come i jumbo-bus; le fermate previste sono sette, una a Cimino, cinque nell’abitato di Paolo Sesto, una alla Motorizzazione. Si in­tegrerà perfettamente, è stato osser­vato, con il nuovo ospedale San Raf­faele del Mediterraneo, il Politecni­co, l’Università, Corte d’appello, uffi­ci comunali. Nessuna fermata inter­media è per ora prevista perché non c’è utenza lungo il tracciato, ma nul­la impedirà che dei semplici marcia­piedi possano essere realizzati a se­conda di nuove esigenze.
Il capoli­nea di Cimino è collegato con il par­cheggio di scambio, incluso nei pro­getti già finanziati di Area vasta, per raggiungere il centro della città. Gli stessi binari utilizzati per questo stralcio di metropolitana hanno un tracciato che consentirà, in una se­conda fase del progetto, il collega­mento con San Giorgio mentre altri «sfioccamenti» sono programmati verso Martina Franca, mediante il si­stema del Sud-Est , e in direzione di Talsano. L’assessore Pelillo ha sotto­lineato che «la Regione ha fatto la sua parte dimostrando attenzione costante verso Taranto, ora rimane la decisione del governo. Tutto il si­stema tarantino dovrebbe ora ado­perarsi per raggiungere lo scopo del finanziamento statale». Secondo il vice sindaco Cervellera «tutto si spo­sterà al Paolo VI e l’area del mar Pic­colo diventerà il cuore pulsante del­la città». Il sindaco Stefàno ha osser­vato che la metropolitana contribui­rà a migliorare l’ambiente e la viabi­lità, ma nel suo profluvio di ringra­ziamenti, in particolare a Loizzo e Pelillo, non ha speso una parola per l’Amat innanzitutto, parte attiva del­l’iniziativa, e per il Ctp che s’è unito al progetto.

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