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martedì 22 gennaio 2013

PIANO CITTA' / Finanziate Bari, Lecce, Taranto, Matera e Potenza

Bari - via Sparano

Al via il Piano Città per la riqualificazione delle aree urbane degradate. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha svelato i nomi dei 28 Comuni in cui si realizzeranno progetti per 4,4 miliardi di euro di fondi sia pubblici che privati.
Tra i 28 progetti selezionati su 457 proposte segnaliamo quelle presentate per Bari, Taranto, Lecce in Puglia e Matera e Potenza in Basilicata.

giovedì 30 agosto 2012

ILVA TARANTO / Il quartiere Tamburi soffocato dalle polveri. Necessaria copertura parchi minerali




Quella di lunedì scorso è stata una delle giornate più critiche dal punto di vista ambientale per la città di Taranto a causa delle polveri diffuse dal vento di tramontana nelle zone urbane vicine all’area industriale.

venerdì 20 maggio 2011

Taranto: il mercato immobiliare

Taranto, città vecchia - corso Vittorio Emanuele II


A Taranto le case costano in media 1.440 euro al metro quadro. Si spendono oltre 500 euro per affittare un trilocale.

mercoledì 24 novembre 2010

Rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 dello stabilimento ILVA di Taranto. Riva: "stabilimento all'avanguardia"



"L'Ilva di Taranto, grazie ai 4 miliardi spesi in nuove tecnologie, e' uno stabilimento all'avanguardia ed e' tra i piu' competitivi a livello europeo. Questi investimenti sono una smentita a chi dice che il nostro impianto e' obsoleto".

Lo ha affermato Fabio Riva in occasione della presentazione del Rapporto Ambiente e Sicurezza. "Agli avvoltoi che volano sopra l'Ilva rispondo che troveranno un leone ad aspettarli - ha aggiunto Riva, affrontando quindi le tematiche di impatto ambientale - vorrei che convenissimo qui, tutti, pubblicamente, che, non appena la Norma tecnica e tecnologie disponibili ed affidabili, che esamineremo insieme, lo permetteranno, l'Ilva adottera' il campionamento in continuo; Sara' un altro motivo di orgoglio per la Regione Puglia".

"A gennaio di quest'anno, nel nostro libro degli ospiti, lei signor Presidente Vendola, ha scritto: 'Il presente e' la siderurgia che cerca di far rima con ecologia: anche per fare il verso al cattivo fatalismo dei meridionali. Se l'Ilva cambia, Taranto respira e sorride': e' arrivato il momento di riconoscere che l' Ilva e' cambiata".

In occasione della presentazione del Rapporto Ambiente e Sicurezza, i militanti di Legambiente sotto uno striscione con la scritta ''Ci siamo rotti i polmoni!'', hanno distribuito mascherine antinquinamento ai partecipanti all'incontro.

''Studieremo con attenzione il Rapporto che l'ILVA presenta oggi e ne valuteremo con rigore il contenuto, ma oggi siamo qui a ribadire che, al di la' delle parole e dei rapporti, ci attendiamo un fatto: che l'Ilva si attivi immediatamente per abbattere le proprie emissioni di benzo(a)pirene, il pericolosissimo inquinante ''graziato' dal Decreto Legislativo del 13 agosto scorso che posticipa al 31 dicembre 2012 (dal 1999!) il raggiungimento dell'obiettivo di 1 nanogrammo per metro cubo, anche alla luce della media di benzo(a)pirene in atmosfera rilavata nei primi 5 mesi del 2010 che aveva superato i 3 nanogrammi per metro cubo.

Decreto che ha esautorato le Regioni dei loro poteri in materia e ha stabilito che le spese per l'adeguamento degli impianti industriali ai fini dell'abbattimento delle loro emissioni di benzo(a)pirene non debbano essere eccessivamente gravose condizionando, di fatto, gli interventi antinquinamento e, di conseguenza, la salute dei cittadini a mere ragioni di denaro''.

Questa la dichiarazione di Francesco Tarantini e Lunetta Franco, rispettivamente presidente regionale e presidente del circolo di Taranto di Legambiente.

''Attraverso la petizione ''Liberiamo l'Italia dal benzo(a)pirene', che sta raccogliendo molte importanti adesioni e che invitiamo tutti a sottoscrivere, e con l'audizione alla Commissione Ambiente della Camera del 9 novembre scorso, abbiamo lanciato un chiaro messaggio al Governo affinche' modifichi profondamente il decreto del 13 agosto introducendo nuovamente le norme ben piu' rigorose vigenti in precedenza - ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Oggi chiediamo invece direttamente all'Ilva atti concreti per ridurre le emissioni di benzo(a)pirene, anche attraverso investimenti economici rilevanti perche' il diritto alla salute dei cittadini e dei lavoratori sia garantito, certi che solo con un'industria innovativa e davvero sostenibile il nostro Paese sara' in grado di affrontare in modo efficace la crisi economica e occupazionale''.



giovedì 16 settembre 2010

La città di Taranto chiede il risarcimento dei danni dell'ILVA



Importante decisione dell'amministrazione comunale di Taranto, che ha avviato una'azione giudiziaria in sede civile nei confronti dell'Ilva (Gruppo Riva) per chiedere il risarcimento dei danni causati da anni ed anni di inquinamento.

La richiesta di risarcimento arriva in un momento decisivo, perchè entro pochi giorni non sarebbe più stato possibile richiedere niente, visto che la questione sarebbe andata in prescrizione.

L'amminicstrazione comunale, guidata dal sindaco dott. Ippazio Stefàno, chiederà all'Ilva i danni "per mancta osservanza degli atti di intesa a suo tempo sottoscritti, sia per ogni altro danno che possa essere derivato".

La causa non servirà a ridare a Taranto un bell'aspetto o un cielo più pulito, ma è sicuramente una mossa che andava fatta per recuperare, quanto meno, un pò di dignità. 

lunedì 12 luglio 2010

Stabilimento Ilva di Taranto: 50 anni dalla posa della prima pietra


50 anni di Ilva a Taranto. Ognuno di noi sa un pezzo di quel rotolo di storia lungo 50 anni.
E se proprio non ne dovessimo sapere nulla, basta leggere il giornale o seguire un telegiornale locale per ritrovarcela lì quasi tutti i giorni, a raccontarci di inquinamento, malattie, incidenti sul lavoro, alimenti alla diossina, cassa integrazione. Le immagini he accompagnano queste notizie sono sempre le stesse: ciminiere che buttano fumi di tutti i colori; parchi minerali, è il caso di dire: neri come il carbone; terreni rossastri tutto attorno. Questa è l'immagine di oggi. Nessuno avrebbe immaginato che questa storia, iniziata il 9 luglio 1960 con la fastosa cerimonia della posa della prima pietra dello "Stabilimento di tubi saldati", il primo nucleo del IV centro siderurgico dell'Iri, sarebbe andata così. Quel giorno c'erano tutti a Taranto: ministri, autorità civili, ecclesiastiche, militari. Mancava solo il Presidente della Repubblica, che avrebbe dovuto esserci ma i fatti di Reggio Emilia di due giorni prima e la rivolta scoppiata da nord a sud contro il governo Tambroni, che aveva
portato all'uccisione di 11 persone da parte della polizia, avevano fatto restare a Roma per timore di contestazioni.
Attorno all'arrivo dell'Ilva a Taranto si era creata una attesa messianica. Doveva essere la risposta a tutti problemi occupazionali della città, schiacciata dai licenziamenti che da oltre un decennio si susseguivano in tutte le realtà lavorative e in particolare nei Cantieri navali e nell'Arsenale, che avevano dimezzato la loro forza lavoro.
La disoccupazione era salita alle stelle, l'emigrazione anche, verso l'Italia del nord ma anche verso la Francia, l'Olanda, il Belgio dove le maestranze specializzate dei cantieri riuscivano a sistemarsi.
Quando si cominciò a parlare dell'eventualità di un nuovo centro a ciclo integrale della siderurgia pubblica, che avrebbe dovuto far fronte all'aumento vertiginoso della domanda di acciaio nell'Italia dei consumi di massa - quella del nord perché al sud di massa era la disoccupazione - e della possibilità di impiantarlo al sud perché la politica di sviluppo industriale così voleva, si cominciò a sperare.
Tutte le forze politiche locali, da sinistra a destra, e anche la Chiesa guidata da monsignor Motolese, si batterono perché venisse scelta Taranto, mentre tutti si batterono perché venisse fatto da un'altra parte com'era stato promesso, perché era stato promesso dappertutto. Quando alla fine fu scelta Taranto, ognuno se ne attribuì il merito. In realtà la scelta fu dettata non tanto dalla volontà di risollevare le sorti della
città quanto da mero calcolo tecnico.
Lo stabilimento che si andava a costruire doveva essere il più grande di tutti, seicento ettari di estensione che poi diventano mille e cinquecento, più del doppio della città.
Il progetto iniziale prevedeva già tre altiforni. Piombino, Cornigliano e Bagnoli, i centri siderurgici già esistenti, ne avevano due. Uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale, che dalle materie prime arriva al prodotto finito, all'acciaio, può nascere solo a bocca di miniera o sul mare, perché ha bisogno di approvvigionarsi di materie prime, quando non se ne hanno a disposizione in prossimità, e in Italia, dove non ci sono miniere, sono tutti sul mare. Bisognava poter sfruttare le infrastrutture già esistenti di una città abbastanza vicina: porto, strade e ferrovie. Taranto aveva tutto. Aveva anche la cava di calcare necessario per la fusione del minerale e tanta acqua da usare per il raffreddamento degli impianti.
Cominciarono gli espropri dei terreni necessari nella zona prescelta, quella a nord di Taranto. C'erano ottantadue aziende agricole in quell'area, grandi e piccole masserie come La Vaccarelluzza, La Cerasa, La Cerasella, Vigilante, Giangrande, Arco di Belmonte, Capasino e tante altre ancora. I proprietari ricevettero un indennizzo e i fittavoli una promessa di assunzione nel costruendo siderurgico per i maschi della famiglia.
Chi abitava ai Tamburi assiteva alla nascita dello stabilimento. Racconta una signora: «Da casa della mamma si andava sul terrazzo e giorno per giorno si vedeva che buttavano giù queste masserie, radevano al suolo tutti questi alberi di ulivo, vigne… Tanto, dicevamo, è lontano. Chi pensava che ce lo portavano proprio sotto le finestre di casa nostra? Queste macchine così grandi, noi era la prima volta che vedevamo questi camion così enormi, che passavano il primo piano. Quando passavano per la strada, passavano da sotto casa nostra, tremavano le palazzine. Le ruote erano una cosa spaventosa tanto che erano grandi. E facevano va' e vieni, va' e vieni fino a quando hanno distrutto tutta la campagna».
Questa storia è cominciata così.

Antonella De Palma
dal Corriere del Giorno del 10/07/2010

lunedì 3 maggio 2010

Pubblicato il RAPPORTO SICUREZZA 2010 dello stabilimento ILVA di Taranto


Lo stabilimento siderurgico ILVA di Taranto ha pubblicato sul proprio sito http://www.ilvataranto.com/ il Rapporto Sicurezza 2010. Tale dossier rappresenta un preciso impegno a definire i tempi, le modalità e le procedure necessarie per far sì che lo stabilimento continui a produrre nel rispetto della sicurezza dei suoi lavoratori.
Nel rapporto sono stati esposti gli intendimenti del Gruppo RIVA, proprietario dello stabilimento concordati con le istituzioni, intensificando gli sforzi sulla formazione continua, sul potenziamento delle misure di prevenzione e di protezione per migliorare le condizioni di sicurezza.
Il rapporto purtroppo, a differenza di quello dell'anno precedente, non può considerarsi un importante momento di confronto e di doveroso rispetto nei confronti del territorio. Infatti non vi sono informazioni sulla componente ambientale che è stata completamente trascurata. Non è dato a sapersi quale sarà la programmazione necessaria a completare gli investimenti di ambientalizzazione già concordati.

giovedì 10 dicembre 2009

Pubblicato il RAPPORTO AMBIENTE E SICUREZZA 2009 dello stabilimento ILVA di Taranto



Lo stabilimento siderurgico ILVA di Taranto ha pubblicato sul proprio sito http://www.ilvataranto.com/ il Rapporto Ambiente e Sicurezza 2009. Tale dossier rappresenta un preciso impegno a definire i tempi, le modalità e le procedure necessarie per far sì che lo stabilimento continui a produrre nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza dei suoi lavoratori.
Nel rapporto sono indicate le linee guida per l'impegno futuro dell'azienda: innovazione tecnologica per garantire l’efficienza e l’affidabilità impiantistica; compatibilità ambientale dello stabilimento; continua manutenzione degli impianti e formazione delle risorse umane per una maggiore sicurezza sul lavoro.
Il Gruppo RIVA, proprietario dello stabilimento, si impegna a completare gli investimenti di ambientalizzazione concordati con le istituzioni in linea con le migliori tecniche applicabili, intensificando gli sforzi sulla formazione continua, sul potenziamento delle misure di prevenzione e di protezione per migliorare le condizioni di sicurezza.
Il rapporto segna, inoltre, un importante momento di confronto e di doveroso rispetto nei confronti del territorio. È uno strumento di informazione, di partecipazione e di garanzia a disposizione di tutti per verifi care la responsabilità dell'ILVA nei confronti di tutti gli stakeholders. È un patrimonio di conoscenze condivise, accessibili e verificabili per stabilire un dialogo con il territorio.

martedì 27 ottobre 2009

TARANTO: Il disastro della città col cielo rosso

le case parcheggio al quartiere Tamburi della Città di Taranto



L'anticamera dell'inferno si chiama Tamburi. È un quartiere di Taranto. Lì bastano solo quindici passi e ci si trova di fronte l'impianto siderurgico più grande d'Europa. Oggi è l'Ilva, all'inizio si chiamava Italsider. Il Quarto Centro siderurgico, come prevedeva il piano di costruzione, nel 1959. Allora, cinquant'anni fa esatti, Taranto esulta. L'industria sotto casa: posti di lavoro, stipendio sicuro, casa, famiglia. Futuro. Nessuno immagina, allora, che quel futuro sarà cosparso di diossine. Che Taranto diventerà «la città più inquinata d'Italia, probabilmente d'Europa». Così spiegano oggi ai cittadini della città pugliese. E così scrive un altro pugliese, Giuliano Foschini, un giornalista che si è messo a indagare su «un disastro ambientale silenzioso», quello che si è consumato a ridosso dell'Ilva. Dalle sue indagini è nato un libro, Quindici passi, pubblicato da Fandango, che racconta la storia dell'Ilva, di Taranto, e del quartiere Tamburi. Dove i bimbi disegnano cieli neri come il fumo e le donne spazzano dai balconi e dai pavimenti quarzite rossa. Dove le cappelle al cimitero di Brunone ormai si verniciano di rosa, perché tanto è il colore a cui sono destinate le pietre. E perfino le pecore diventano un rischio, coi pastori della zona costretti a sopprimere greggi intere. È la diossina. Livelli dalle venti alle undici volte superiori al limite stabilito in tutto il resto del mondo. È solo nel febbraio di quest'anno che un accordo fra l'azienda, il governo, la regione, i sindacati e l'agenzia regionale per l'ambiente ha stabilito un limite alle emissioni da rispettare entro la fine del 2010, ricorrendo alle tecnologie più innovative. Un accordo arrivato dopo anni di battaglie. Un giorno di primavera, nel marzo del 2004, soffiava vento forte, da nord ovest. Racconta Foschini che allora fu come se tutta Taranto fumasse, come certi tabagisti accaniti. «Quel giorno tutti, bambini compresi, hanno fumato 128 sigarette». E ovviamente è al Tamburi che quel vento ha portato più fumi, più sostanze tossiche. Perché lì vivono gli operai, a ridosso dell'impianto. A quindici passi dal posto fisso, ma ancora più immersi nei veleni dell'aria.Una strage silenziosa, lunga quasi mezzo secolo. «A Seveso fuoriuscirono circa 3 chili di diossine in un giorno, a Taranto il doppio in 40 anni». Ci sono state le condanne, ci sono state le malattie. I tumori che a Taranto colpiscono il 31 per cento in più che nel resto della provincia. Ci si ammala più di frequente «e non di tumori qualsiasi, ma di quelle tipologie di cancro che hanno una relazione specifica con l'inquinamento ambientale». È questione di numeri e di mappe: «A Taranto ci si ammala di geografia, basta essere nati a Manduria, trenta chilometri più in là, per essere fortunato». Ma a volte sono molto meno di trenta chilometri a segnare un destino. Se il vulcano è vicino, pronto a esplodere, bastano anche solo quindici passi.


di Eleonora Barbieri, il Giornale.it 26.10.2009

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