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giovedì 29 settembre 2011

Inaugurato a Taranto nuovo impianto fotovoltaico



Un nuovo complesso industriale destinato alla fabbricazione di lamiere e pannelli fotovoltaici per la produzione di energia solare è stato inaugurato oggi a Taranto dal presidente e dall’amministratore delegato del gruppo Marcegaglia, Steno e Antonio Marcegaglia. Alla cerimonia inaugurale del nuovo insediamento produttivo del gruppo erano presenti il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e il presidente della Provincia, Gianni Florido. Già da un anno il gruppo Marcegaglia, attivo nel settore della trasformazione dell’acciaio, a Taranto ha dismesso la produzione di caldaie industriali per riconvertirsi all’energia pulita. Nello stabilimento si producono pannelli e lamiere per il fotovoltaico.

lunedì 12 luglio 2010

Stabilimento Ilva di Taranto: 50 anni dalla posa della prima pietra


50 anni di Ilva a Taranto. Ognuno di noi sa un pezzo di quel rotolo di storia lungo 50 anni.
E se proprio non ne dovessimo sapere nulla, basta leggere il giornale o seguire un telegiornale locale per ritrovarcela lì quasi tutti i giorni, a raccontarci di inquinamento, malattie, incidenti sul lavoro, alimenti alla diossina, cassa integrazione. Le immagini he accompagnano queste notizie sono sempre le stesse: ciminiere che buttano fumi di tutti i colori; parchi minerali, è il caso di dire: neri come il carbone; terreni rossastri tutto attorno. Questa è l'immagine di oggi. Nessuno avrebbe immaginato che questa storia, iniziata il 9 luglio 1960 con la fastosa cerimonia della posa della prima pietra dello "Stabilimento di tubi saldati", il primo nucleo del IV centro siderurgico dell'Iri, sarebbe andata così. Quel giorno c'erano tutti a Taranto: ministri, autorità civili, ecclesiastiche, militari. Mancava solo il Presidente della Repubblica, che avrebbe dovuto esserci ma i fatti di Reggio Emilia di due giorni prima e la rivolta scoppiata da nord a sud contro il governo Tambroni, che aveva
portato all'uccisione di 11 persone da parte della polizia, avevano fatto restare a Roma per timore di contestazioni.
Attorno all'arrivo dell'Ilva a Taranto si era creata una attesa messianica. Doveva essere la risposta a tutti problemi occupazionali della città, schiacciata dai licenziamenti che da oltre un decennio si susseguivano in tutte le realtà lavorative e in particolare nei Cantieri navali e nell'Arsenale, che avevano dimezzato la loro forza lavoro.
La disoccupazione era salita alle stelle, l'emigrazione anche, verso l'Italia del nord ma anche verso la Francia, l'Olanda, il Belgio dove le maestranze specializzate dei cantieri riuscivano a sistemarsi.
Quando si cominciò a parlare dell'eventualità di un nuovo centro a ciclo integrale della siderurgia pubblica, che avrebbe dovuto far fronte all'aumento vertiginoso della domanda di acciaio nell'Italia dei consumi di massa - quella del nord perché al sud di massa era la disoccupazione - e della possibilità di impiantarlo al sud perché la politica di sviluppo industriale così voleva, si cominciò a sperare.
Tutte le forze politiche locali, da sinistra a destra, e anche la Chiesa guidata da monsignor Motolese, si batterono perché venisse scelta Taranto, mentre tutti si batterono perché venisse fatto da un'altra parte com'era stato promesso, perché era stato promesso dappertutto. Quando alla fine fu scelta Taranto, ognuno se ne attribuì il merito. In realtà la scelta fu dettata non tanto dalla volontà di risollevare le sorti della
città quanto da mero calcolo tecnico.
Lo stabilimento che si andava a costruire doveva essere il più grande di tutti, seicento ettari di estensione che poi diventano mille e cinquecento, più del doppio della città.
Il progetto iniziale prevedeva già tre altiforni. Piombino, Cornigliano e Bagnoli, i centri siderurgici già esistenti, ne avevano due. Uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale, che dalle materie prime arriva al prodotto finito, all'acciaio, può nascere solo a bocca di miniera o sul mare, perché ha bisogno di approvvigionarsi di materie prime, quando non se ne hanno a disposizione in prossimità, e in Italia, dove non ci sono miniere, sono tutti sul mare. Bisognava poter sfruttare le infrastrutture già esistenti di una città abbastanza vicina: porto, strade e ferrovie. Taranto aveva tutto. Aveva anche la cava di calcare necessario per la fusione del minerale e tanta acqua da usare per il raffreddamento degli impianti.
Cominciarono gli espropri dei terreni necessari nella zona prescelta, quella a nord di Taranto. C'erano ottantadue aziende agricole in quell'area, grandi e piccole masserie come La Vaccarelluzza, La Cerasa, La Cerasella, Vigilante, Giangrande, Arco di Belmonte, Capasino e tante altre ancora. I proprietari ricevettero un indennizzo e i fittavoli una promessa di assunzione nel costruendo siderurgico per i maschi della famiglia.
Chi abitava ai Tamburi assiteva alla nascita dello stabilimento. Racconta una signora: «Da casa della mamma si andava sul terrazzo e giorno per giorno si vedeva che buttavano giù queste masserie, radevano al suolo tutti questi alberi di ulivo, vigne… Tanto, dicevamo, è lontano. Chi pensava che ce lo portavano proprio sotto le finestre di casa nostra? Queste macchine così grandi, noi era la prima volta che vedevamo questi camion così enormi, che passavano il primo piano. Quando passavano per la strada, passavano da sotto casa nostra, tremavano le palazzine. Le ruote erano una cosa spaventosa tanto che erano grandi. E facevano va' e vieni, va' e vieni fino a quando hanno distrutto tutta la campagna».
Questa storia è cominciata così.

Antonella De Palma
dal Corriere del Giorno del 10/07/2010

lunedì 3 maggio 2010

Pubblicato il RAPPORTO SICUREZZA 2010 dello stabilimento ILVA di Taranto


Lo stabilimento siderurgico ILVA di Taranto ha pubblicato sul proprio sito http://www.ilvataranto.com/ il Rapporto Sicurezza 2010. Tale dossier rappresenta un preciso impegno a definire i tempi, le modalità e le procedure necessarie per far sì che lo stabilimento continui a produrre nel rispetto della sicurezza dei suoi lavoratori.
Nel rapporto sono stati esposti gli intendimenti del Gruppo RIVA, proprietario dello stabilimento concordati con le istituzioni, intensificando gli sforzi sulla formazione continua, sul potenziamento delle misure di prevenzione e di protezione per migliorare le condizioni di sicurezza.
Il rapporto purtroppo, a differenza di quello dell'anno precedente, non può considerarsi un importante momento di confronto e di doveroso rispetto nei confronti del territorio. Infatti non vi sono informazioni sulla componente ambientale che è stata completamente trascurata. Non è dato a sapersi quale sarà la programmazione necessaria a completare gli investimenti di ambientalizzazione già concordati.

giovedì 10 dicembre 2009

Pubblicato il RAPPORTO AMBIENTE E SICUREZZA 2009 dello stabilimento ILVA di Taranto



Lo stabilimento siderurgico ILVA di Taranto ha pubblicato sul proprio sito http://www.ilvataranto.com/ il Rapporto Ambiente e Sicurezza 2009. Tale dossier rappresenta un preciso impegno a definire i tempi, le modalità e le procedure necessarie per far sì che lo stabilimento continui a produrre nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza dei suoi lavoratori.
Nel rapporto sono indicate le linee guida per l'impegno futuro dell'azienda: innovazione tecnologica per garantire l’efficienza e l’affidabilità impiantistica; compatibilità ambientale dello stabilimento; continua manutenzione degli impianti e formazione delle risorse umane per una maggiore sicurezza sul lavoro.
Il Gruppo RIVA, proprietario dello stabilimento, si impegna a completare gli investimenti di ambientalizzazione concordati con le istituzioni in linea con le migliori tecniche applicabili, intensificando gli sforzi sulla formazione continua, sul potenziamento delle misure di prevenzione e di protezione per migliorare le condizioni di sicurezza.
Il rapporto segna, inoltre, un importante momento di confronto e di doveroso rispetto nei confronti del territorio. È uno strumento di informazione, di partecipazione e di garanzia a disposizione di tutti per verifi care la responsabilità dell'ILVA nei confronti di tutti gli stakeholders. È un patrimonio di conoscenze condivise, accessibili e verificabili per stabilire un dialogo con il territorio.

lunedì 9 novembre 2009

Riconvertire l'Ilva: questo è il futuro di Taranto

Novecentotrentunomila metri quadri. Potrebbe essere la superficie di un centro abitato, o di una grande area boschiva. Invece è la grandezza dell’area, di cui una parte in concessione demaniale, sequestrata dalla Guardia di Finanza di Taranto all’interno del porto mercantile della città pugliese, su disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Il provvedimento reca la firma del procuratore della Repubblica, Franco Sebastio, e dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino. Il motivo? In quest’area così ampia erano stati stoccati rifiuti speciali sia solidi sia liquidi, senza le dovute autorizzazioni, soprattutto senza le dovute precauzioni per la salute. Tre persone sono state denunciate.
Il provvedimento è stato emesso al termine d’indagini che hanno accertato lo stoccaggio di rifiuti speciali, anche di natura tossica, il carico e lo scarico di materie prime e prodotti finiti dell’industria metallurgica in violazione delle norme poste a tutela dell’ecosistema marino e terrestre. Anche i rifiuti sono stati sequestrati dalle Fiamme Gialle, assieme ai sistemi di canalizzazione presenti nell’area del porto. Questo perché si sta procedendo alla necessaria verifica, condotta attraverso l’esecuzione di prelievi di campioni, in collaborazione con i tecnici dell’Arpa Puglia, dell’impatto ambientale sui fondali marini adiacenti. Inoltre, sono in corso anche accertamenti di carattere fiscale. I militari della Finanza stanno operando insieme a unità aeree e navali.
All’esame dei magistrati ci sono i pontili del porto di Taranto. Con il rischio che fin troppe quantità di sostanze nocive siano finite in mare, nel porto mercantile. Non si tratta di pontili qualunque. Sono il secondo, terzo, quarto e quinto sporgente del porto, il che fa diventare il sequestro un fatto assolutamente clamoroso: sono i pontili utilizzati dall’ILVA di Taranto per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti. Il provvedimento giudiziario, si legge in comunicato reso noto dalla direzione dell’ILVA, contesta “l’assenza di un sistema per la raccolta ed il trattamento delle acque meteoriche oltre alla gestione non autorizzata di materiali di risulta presenti sui pontili. In questa fase di esclusivo accertamento dei fatti ipotizzati l’ILVA sta fornendo ampia collaborazione al personale della Guardia di Finanza per l’espletamento delle indagini di rito e per l’esecuzione del mandato di sequestro probatorio”. Infine, “l’Ilva confida, al fine di accertare l’assenza di responsabilità, in una rapida conclusione delle indagini”.
All’arrivo dei militari, la mattina del 3 novembre scorso, l’area era piena di rifiuti speciali che, a causa delle precipitazioni autunnali di questi giorni, finivano nei sistemi di canalizzazione delle acque reflue, che vanno in mare. Nonostante questo, l’unica autorizzazione mostrata dall’ILVA è stata quella per lo “scarico di acque reflue domestiche”. Come dire: acque di scolo della pasta dalle pentole ed acqua con detersivo dopo aver lavato i piatti, due tipici esempi di acque reflue domestiche. Peccato che invece si tratti di un’acciaieria, i cui scarti polverosi sono costituiti da metalli pesanti, pericolosi per inalazione e per ingestione.
Sono contestati anche altri reati, come si legge nella disposizione di sequestro probatorio con facoltà d’uso: danneggiamento e realizzazione di opere abusive, oltre ad una lunghissima serie di violazioni in materia ambientale. Secondo le accuse, l’ILVA avrebbe agito nel porto senza le necessarie autorizzazioni. Le tre persone denunciate sono il direttore dello stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso, il responsabile area “sbarco merci”, Giuseppe Manzulli, ed il responsabile dell’area logistica “prodotti finiti”, Antonio Colucci. A dare il via alle indagini è stato il sequestro di alcune bricche, proprio nell’area portuale, a febbraio del 2009. Da quell’operazione si sarebbe poi risaliti alla mancanza delle autorizzazioni da parte dell’ILVA.
Tutto questo va a colpire una città già disastrata dal punto di vista ambientale, in buona parte già vittima proprio dell’ILVA. Lo stesso porto di Taranto non è nuovo ad illeciti ambientali: appena poche settimane fa, cinque container carichi di rifiuti speciali (complessivamente 124 tonnellate tra pneumatici fuori uso, scarti in gomma e pezzi di plastica) diretti in Vietnam, sono stati sequestrati nel corso di controlli doganali. Esaminando la documentazione di viaggio, si è scoperta una falsa indicazione del codice identificativo della tipologia dei rifiuti e del trattamento di recupero previsto dalla legge: il carico risultava diretto in Corea, mentre l’effettiva destinazione era il Vietnam, in violazione agli accordi tra l’Unione Europea ed il Paese Asiatico.
Il tutto in una città che non detiene solo il primato nazionale per la diossina, ma anche per il mercurio. Infatti, come si rileva dall’Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti, Taranto vede una dispersione in atmosfera per la grande industria italiana del 49% del mercurio emesso in tutta l’Italia, ma il dato più grave è l’aumento continuo di mercurio, soprattutto quello che finisce nelle acque antistanti la città. Infatti il mercurio in acqua è passato dai 118 chili del 2002 ai 665 chili stimati nel il 2005. Ed anche il mercurio proviene dal grande impianto siderurgico: l’ILVA, a livello nazionale, emette il 62,5% di tutto il mercurio stimato per la grande industria.
di Alessandro Iacuelli

martedì 27 ottobre 2009

TARANTO: Il disastro della città col cielo rosso

le case parcheggio al quartiere Tamburi della Città di Taranto



L'anticamera dell'inferno si chiama Tamburi. È un quartiere di Taranto. Lì bastano solo quindici passi e ci si trova di fronte l'impianto siderurgico più grande d'Europa. Oggi è l'Ilva, all'inizio si chiamava Italsider. Il Quarto Centro siderurgico, come prevedeva il piano di costruzione, nel 1959. Allora, cinquant'anni fa esatti, Taranto esulta. L'industria sotto casa: posti di lavoro, stipendio sicuro, casa, famiglia. Futuro. Nessuno immagina, allora, che quel futuro sarà cosparso di diossine. Che Taranto diventerà «la città più inquinata d'Italia, probabilmente d'Europa». Così spiegano oggi ai cittadini della città pugliese. E così scrive un altro pugliese, Giuliano Foschini, un giornalista che si è messo a indagare su «un disastro ambientale silenzioso», quello che si è consumato a ridosso dell'Ilva. Dalle sue indagini è nato un libro, Quindici passi, pubblicato da Fandango, che racconta la storia dell'Ilva, di Taranto, e del quartiere Tamburi. Dove i bimbi disegnano cieli neri come il fumo e le donne spazzano dai balconi e dai pavimenti quarzite rossa. Dove le cappelle al cimitero di Brunone ormai si verniciano di rosa, perché tanto è il colore a cui sono destinate le pietre. E perfino le pecore diventano un rischio, coi pastori della zona costretti a sopprimere greggi intere. È la diossina. Livelli dalle venti alle undici volte superiori al limite stabilito in tutto il resto del mondo. È solo nel febbraio di quest'anno che un accordo fra l'azienda, il governo, la regione, i sindacati e l'agenzia regionale per l'ambiente ha stabilito un limite alle emissioni da rispettare entro la fine del 2010, ricorrendo alle tecnologie più innovative. Un accordo arrivato dopo anni di battaglie. Un giorno di primavera, nel marzo del 2004, soffiava vento forte, da nord ovest. Racconta Foschini che allora fu come se tutta Taranto fumasse, come certi tabagisti accaniti. «Quel giorno tutti, bambini compresi, hanno fumato 128 sigarette». E ovviamente è al Tamburi che quel vento ha portato più fumi, più sostanze tossiche. Perché lì vivono gli operai, a ridosso dell'impianto. A quindici passi dal posto fisso, ma ancora più immersi nei veleni dell'aria.Una strage silenziosa, lunga quasi mezzo secolo. «A Seveso fuoriuscirono circa 3 chili di diossine in un giorno, a Taranto il doppio in 40 anni». Ci sono state le condanne, ci sono state le malattie. I tumori che a Taranto colpiscono il 31 per cento in più che nel resto della provincia. Ci si ammala più di frequente «e non di tumori qualsiasi, ma di quelle tipologie di cancro che hanno una relazione specifica con l'inquinamento ambientale». È questione di numeri e di mappe: «A Taranto ci si ammala di geografia, basta essere nati a Manduria, trenta chilometri più in là, per essere fortunato». Ma a volte sono molto meno di trenta chilometri a segnare un destino. Se il vulcano è vicino, pronto a esplodere, bastano anche solo quindici passi.


di Eleonora Barbieri, il Giornale.it 26.10.2009

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