lunedì 18 gennaio 2010

Il fenomeno degli orti urbani in periferia



Si tratta forse di hobby? Di una moda effimera? Oppure gli orti urbani sono l’inizio di un percorso che mette in discus­sione i confini tra città e campagna, tra la sfera della produzione economica e quella dello svago, tra il lavoro e il tempo libero? Quando per la prima volta la proposta ha cominciato a circolare in Italia, gli orti urbani sono stati accolti dai più con un sorriso ironico e l’aria di chi la sa lunga e ricorda tutti i proverbi del caso, da «la terra è bassa» fino a «l’orto vuole l’uomo morto». A qualche anno di distanza dal debutto, alla Fiera della creatività tenutasi alla Fortezza da Basso, a Firenze, è stato fatto il punto sulla situazione e il panorama che né è emerso disegna un fenomeno ancora molto limitato ma non trascurabile per i suoi sviluppi potenziali.
«L’idea di una barriera di orti per rivitalizzare le periferie e riappropriarsi delle stagioni non nasce dalla riproposizione di un’idea bucolica della natura, ma da una considerazione molto concreta», spiega l’architetto Aldo Civic, il teorico degli orti urbani come modello. «Da una parte c’è un bisogno materiale perché la classe media si è trovata con il potere di acquisto mas­sacrato dalla crisi. Dall’altra un bisogno di qualità del tempo libero. E la proposta dell’orto urbano, a pre­scindere dal reddito, dà una risposta anche a un desiderio profondo di sicurezza energetica e alimentare, di avvicinamento alla natura, di ritorno a un ritmo che non sia scandito solo da eventi artificiali e programmabili».
A Firenze è stato proposto un progetto di Italia Nostra che ha coinvolto l’Anci e la Coldiretti. Il protocollo di intesa pre­vede vari obiettivi. Primo: considerare gli orti come realtà sociale, urbanistica e storica sottraendoli alla marginalità e al degrado. Secondo: dare a questi spazi valore di luoghi urbani di qualità contro il consumo di territorio. Terzo: tutelare la memoria storica degli orti favorendo la socialità e la partecipazione dei cittadini. Quarto: favorire il recupero della manualità grazie alle attività commesse agli orti.
«L’importanza degli orti urbani non è una novità dei nostri giorni», os­serva Evaristo Petrocchi, il promotore dell’iniziativa. «Si tratta di spazi verdi che nei secoli sono stati partecipi della vita sociale, culturale, economica, alimentare del nostro paese, specie in periodi critici come le guerre, le pestilenze, le carestie. Punto di rifugio e di as­sistenza peri poveri, luogo ludico, di svago, di benes­sere alimentare ma anche con funzioni estetica e di decoro per i più abbienti e per le loro abitazioni. Molti orti sono annessi a conventi, chiese e monasteri come luogo da dedicare alla meditazione, alla tranquillità, alla ricerca dell’armonia e della sintonia dell’uomo con la Terra».
Tra le esperienze più interes­santi c’è “L’orto senza bua”, il progetto di “orto terapia” ideato dalla Fondazione dell’Ospedale Meyer per stimolare la guarigione dei bambini ricoverati nel centro di cura che è stato il primo a fare la scelta di rinnovarsi scegliendo i principi della bio­climatica in modo da abbattere i consumi energetici e aumentare il livello di benes­sere.
Un altro esperimento interes­sante è l’orto dell’abazia benedettina di As­sisi, un orto simbolo dell’iniziativa per la valenza storico-​​culturale (è annesso all’antica abbazia romanica di San Pietro di As­sisi), sociale (è sempre stato destinato nel pas­sato a colture orticole), urbanistica (risulta inserito nel contesto della cinta urbana della città), spirituale (è la diretta espres­sione del legame dell’uomo con la Terra nel mes­saggio dell’ordine di San Benedetto da Norcia).

2 commenti:

OrtoCircuito ha detto...

Come ben sai anche noi ci stiamo provando e speriamo di raccogliere buoni frutti, ovviamente per la panza e per la mente. ciao da OrtoCircuito

Anonimo ha detto...

Conoscete qualche sito per approfondire la tematica degli orti urbani?

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