martedì 26 luglio 2011

Il San Raffaele del Mediterraneo di Taranto resterà solo un plastico?


Il problema non è la disperata situazione finanziaria della creatura di Don Verzè, né tantomeno hanno un ruolo le perplessità sollevate in questi mesi da pezzi sempre più ampi della politica pugliese. A frenare il progetto del San Raffaele del Mediterraneo è infatti una difficoltà di carattere urbanistico: il «no» della Regione a una speculazione edilizia che nel giro di pochi anni potrebbe dare avvio in riva allo Ionio a un affare immobiliare da centinaia di milioni di euro. Una storia che val la pena di essere raccontata.

Nel gennaio 2009 la Fintecna Immobiliare ha proposto di cedere gratuitamente al Comune di Taranto i 32 ettari su cui costruire l’ospedale San Raffaele e il Polo tecnologico. L’offerta della società che fa capo al ministero dell’Economia non è disinteressata, né particolarmente generosa: in cambio di quei 322mila metri quadrati, una parte dei quali inutilizzabile, Fintecna Immobiliare vuol costruire 80.000 metri cubi di case e negozi su un altro suolo, sempre di sua proprietà, poco distante. Chiede, insomma, l’ok a una variante urbanistica.

Detto fatto. Il primo passo lo ha fatto il Comune di Taranto a gennaio 2010, approvando la variante al piano regolatore generale e ad un vecchio piano particolareggiato (Taranto Nord). La situazione iniziale è chiara: il suolo da regalare al Comune, in parte destinato a giardini, scuole, a un centro di quartiere (l’Emiciclo) ed a poche case, ospiterà l’ospedale. Un’altra area lì vicina che resta a Fintecna, 150mila metri quadrati destinati a verde, parcheggi, ospedali e strade, ospiterà le case.

Detta così è ancora troppo vaga. Quello che il consiglio comunale autorizza, ma su cui gli uffici urbanistici della Regione frenano da oltre un anno, è la creazione di due nuovi comparti, una lottizzazione-grimaldello destinata a dare la stura a fiumi di cemento. Nel nuovo comparto Nord, lì dove secondo il piano regolatore si sarebbe dovuto sviluppare il vecchio ospedale «Moscati», ecco 34mila metri cubi di cemento con «68 alloggi in case a schiera e 11 alloggi in villini unifamiliari a due piani», di dimensione «fra i 120 e i 140 mq di superficie utile», con «giardini privati e spazi verdi». Il comparto Ovest, invece, è destinato ad appartamenti, uffici e locali commerciali: «edifici isolati a 4 piani» per le case, «a tre piani con basamento» per «attività commerciali e artigianali» a piano terra, «studi professionali, uffici pubblici e privati e attività ricettive» ai piani superiori.

Fuori dal linguaggio degli architetti, stiamo parlando di un nuovo, piccolo quartiere (piccolo fino a un certo punto: sul mercato varrà euro) con caratteristiche di lusso. A un tiro di schioppo dal vecchio «Moscati», quello che il progetto San Raffaele vorrebbe chiudere e che dovrà essere riqualificato. Un’area di oltre un milione di metri quadrati che, aperto il San Raffaele, si renderebbe disponibile: costruirgli intorno le case, significa deciderne già il futuro.

Fintecna Immobiliare non è né un’impresa edile né uno speculatore: non costruisce case e non vende appartamenti. È lo Stato, ma non è obbligata ad andare per il sottile: potrà cedere quei suoli a chi più le aggrada, a prezzo congruo e senza formalità. Logico che l’operazione faccia gola a chi si muove in quel sottobosco tra politica e affari dove, a Taranto come ovunque, la carta vincente è un certo capitalismo di relazione. La stessa logica per la quale già si formano cooperative in previsione dei ricchi appalti nel nuovo ospedale, per i quali non servirà alcuna gara pubblica.

Ma divaghiamo. Perché senza variante urbanistica l’accordo di programma per il San Raffaele non si può firmare, i suoli restano a Fintecna, l’ospedale non si può costruire e l’affare immobiliare resta sulla carta. La linea Maginot è dentro la Regione: l’ha tracciata un esposto anonimo, che segnalava come due delle particelle inserite nel progetto di variante sono state oggetto di incendi e dunque per 10 anni non si possono toccare. Gli uffici hanno verificato ed effettivamente è così. Nonostante certe fantasmagoriche giustificazioni dei tecnici comunali («Si è in presenza di un’opera pubblica da realizzarsi con variazioni da standard a standard e peraltro non trovano applicazioni le norme che regolano le aree sottoposte a incendi»), da oltre un anno le carte sono ferme negli uffici della zona industriale. Da dove, per ora, non si muoveranno. Ma, a prescindere, qualche domanda è d’obbligo: perché per costruire un ospedale bisogna fare anche case, villette e negozi? È questo il prezzo da pagare? Ed a chi?


di Massimiliano Scagliarini, http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/

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