venerdì 20 novembre 2009

Da Enziteto allo Zen, tutto il brutto delle periferie

quartiere Enziteto, oggi San Pio, di Bari
foto Nunzio Loporcaro ©

Nel 1949, quando lo Stato lanciò il piano Ina-casa, l’obiettivo era nobile: Secondi­gliano, quartiere della perife­ria nord di Napoli, doveva es­sere la prima area di una gran­de città ad ospitare la costru­zione di alloggi a carattere eco­nomico e popolare. Il progetto fu legittimato con la legge 167 del 1962 ed a Secondigliano (ma anche a Ponticelli, quar­tiere della periferia est della città) partì il piano di svilup­po urbano che avrebbe dovuto valorizzare le periferie degra­date della città. Furono realiz­zate le sette Vele di Scampia, pensate dall’architetto Di Sal­vio e ultimate nel 1982. Nel 1987 sorse la Circoscrizione Scampia, con altre decine e de­cine di palazzi.
Oggi a Scam­pia vivono circa 50mila perso­ne. Le Vele, urbanisticamente bocciate dai migliori esperti del settore, sono diventate dei ghetti, «feudo» di famiglie ca­morristiche che gestiscono il business delle sostanze stupe­facenti. Oggi Scampia è Scam­pia anche a causa del degrado urbanistico in cui versa. Stes­so discorso per altre zone po­polari di Napoli, come Pazzi­gno e via Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio, il rione De Gasperi a Ponticelli ed il Parco Verde a Caivano. Scampia e gli altri rioni degra­dati di Napoli sono, mediatica­mente, il simbolo del degrado urbanistico e sociale di un’Ita­lia che si è fermata. Ma la leg­ge 167 del 1962 ha concesso fi­nanziamenti a tante città ita­liane. E numerosi sono stati i «mostri», tipo Scampia, spun­tati come funghi.
Restando in Puglia, a Lecce - nei pressi di viale dello Stadio - sono state realizzate due Vele tipo Scam­pia anche se un po’ più picco­le. Sono abitazioni all’estrema periferia della città, fuori dal contesto urbano cittadino. Ca­se abitate soprattutto da gen­te onesta ma alle prese con di­sagi di carattere economico e sociale. E nelle due 167 che spesso polizia e carabinieri ar­restano spacciatori e tossicodi­pendenti. Palazzi spesso nel degrado ed alle prese con evi­denti carenze strutturali. Il Co­mune di Lecce, però, ha già an­nunciato un progetto che pre­vede la riqualificazione del­l’area. Anche in altre città ita­liane palazzi esteticamente «brutti» sono diventati dal punto di vista sociale dei veri e propri «ghetti». Esempi? Il quartiere Zen di Palermo, En­ziteto a Bari, tutti i quartieri che costeggiano la Tuscolana a Roma, come per esempio il Quadraro, Tor Pignattara e Tor Bella Monaca. Ma le città del nord non sono immuni dal binomio «brutto-degrado». Ba­sta andare nelle periferie di Milano e Torino per rendersi conto che il fenomeno non è so­lo meridionale.


Salvatore Avitabile

Corriere del Mezzogiorno, 20 novembre 2009

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