mercoledì 7 settembre 2011

Taranto: affari immobiliari intorno all'ospedale San Raffaele del Mediterraneo


Aspettando che la tavola venga apparecchiata, i commensali hanno già preso posto. E, per ora, pregustano: con l’operazione San Raffaele del Mediterraneo, infatti, a Taranto potrebbe partire la più grande operazione immobiliare del dopoguerra. Intorno all’area su cui dovrebbe sorgere l’ospedale negli ultimi 12 mesi sono già passati di mano, con modalità che la «Gazzetta» è in grado di documentare, oltre 6 ettari di suoli edificabili. Che sommati ai 15 ettari interessati dalla variante urbanistica e ad almeno altri 60 di proprietà dell’Ilva, quasi tutti destinati a case, conducono a un business da qualche centinaio di milioni di euro.


Ma che c’entra il nuovo ospedale San Raffaele con gli appartamenti? Nulla, appunto. Tuttavia la variante, che gli uffici della Regione stanno esaminando in queste settimane, è la scintilla che può innescare una reazione a catena: aree fino ad oggi abbandonate e inutilizzabili, nella difficile zona del «Paolo IV», saranno trasformate in un quartiere di lusso con ville e palazzine basse. Moltiplicando per cinquanta il valore dei suoli vicini, già tutti pronti per essere trasformati.

Al centro di questa storia c’è la Fintecna Immobiliare, la società che tre anni fa aveva offerto al Comune di Taranto di cedere gratuitamente le aree per costruire il nuovo ospedale. Gratuitamente, sì, ma in cambio della variante urbanistica con cui diventano edificabili gli altri 15 ettari che Fintecna possiede giusto a pochi passi dal San Raffaele. I costruttori tarantini, naturalmente, non sono rimasti a guardare. E hanno bussato alla porta della società pubblica, che tra marzo e novembre del 2010 ha ceduto altri 6 ettari di aree edificabili.

I primi 2,8 ettari se li è aggiudicati in marzo Mario De Sarlo, un imprenditore edile che negli ultimi tempi ha diversificato nel fotovoltaico. Il resto, a novembre, è andato a Paolo Ruta, il costruttore che sta tirando su Taranto 2, con ottime amicizie trasversali che partono però dal centrodestra. In totale Fintecna ha incassato un milione e duecentomila euro, vale a dire circa 20 euro al metro cubo: contro un prezzo di mercato che si aggira sui 50.

Parliamo, per intenderci, di aree per 200 appartamenti, che sommati ai circa 200 previsti grazie alla variante portano già a immaginare un nuovo quartiere destinato a un target medio-alto. Un business da 20-30 milioni di euro. Noccioline, se si allarga un po’ lo sguardo. Perché la gran parte dei suoli nella zona intorno al nuovo ospedale, parliamo di oltre 60 ettari, sono già da decenni destinati a ospitare case. Solo che fino ad ora non conveniva.

Il tesoretto è di proprietà dell’Iclis, sigla che significa Istituto per la casa dei lavoratori siderurgici: è una «società a responsabilità illimitata» (come si usava un tempo) che i padroni delle ferriere costituirono ai primi del ‘900. Oggi l’Iclis si è trasformata in una cooperativa che fa capo al gruppo Riva, quelli dell’Ilva, ed ha in pancia praticamente metà delle aree del quartiere Paolo VI, acquisite cinquant’anni fa quando l’acciaio era un industria di Stato. Erano terreni destinati a ospitare le case popolari per gli operai, ma ne è stata realizzata solo una piccolissima parte. Se l’operazione San Raffaele andrà in porto, le aree varranno sul mercato non meno di 30 milioni di euro.

A chiudere il cerchio c’è il fatto che, giusto alcune settimane fa, Fintecna Immobiliare ha messo sul mercato un altro pezzettino del suo sterminato patrimonio: l’ex centro direzionale dell’Ilva che si trova giusto al di là della statale rispetto all’area del San Raffaele. Sono oltre 100mila metri quadrati, con quattro vecchi edifici abbandonati dal 1990 che però non traggono in inganno un occhio esperto. Su quell’area, piano regolatore alla mano, si possono realizzare non meno di 280mila metri cubi di direzionale, case e uffici in torri alte fino a 15 metri. Fanno, in termini economici, circa 50 milioni di euro, un investimento talmente importante da aver attirato l’attenzione dei gruppi nazionali. Un altro tesoretto che è stato nascosto sotto la polvere per vent’anni, aspettando un’occasione che si chiama ospedale.

di Massimo Scagliarini - la Gazzetta del Mezzogiorno del 07/09/2011

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